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Gli uomini, per loro natura, sono portati a descrivere e classificare tutte le cose, ingabbiandole in etichette e formulando giudizi su tutto ciò che viene percepito dai sensi. Questa propensione ha un fondamento connesso all’evoluzione, legato alla necessità valutare ciò che, in un ambiente potenzialmente ostile, è pericoloso o benefico.
Questo processo, vantaggioso per la sopravvivenza della specie, può diventare soverchiante ed essere causa di sofferenza per il singolo. Quando questo modello diviene abituale, il giudizio si sovrappone alla cosa, diventando un automatismo e togliendo all’uomo la capacità di vedere la vera natura o l’essenza di ciò che ha di fronte.
Per la tradizione yogica ciò che si crea è un samskara, un modo automatico e condizionato di pensare e rispondere agli eventi della vita. La continua ripetizione lo rinforza, creando un solco in cui è facile ricadere e da cui è difficile uscire. Questa situazione, di fatto, toglie libertà perché non esiste più scelta, ma solo una reazione a ciò che accade mediante gli automatismi e i condizionamenti inconsapevolmente costruiti.
L’unico modo per ricreare libertà è quello di sospendere per un attimo il giudizio e ritrovare uno spazio in cui la mente possa decidere che direzione prendere, ritrovare consapevolezza nelle proprie scelte, rimuovere le etichette e aprirsi alla scoperta, in una dimensione di ascolto attento e curioso del mondo.
Lo yoga, sviluppando l’attitudine ad un ascolto consapevole, ci consente di agire su di noi stessi e di trasformarci in una maniera intima e profonda. Questo ascolto corrisponde alla capacità di prestare attenzione alla vita in modo totale, scevro da ogni giudizio.
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