L’Ayurveda nella pratica dello yoga

L’Ayurveda nella pratica dello yoga

“Chi possiede solo la conoscenza teorica dei testi è come un asino, consapevole del peso, ma non della qualità’ del carico che porta” Vaghbata (antico saggio, autore di testi ayurvedici).

L’importanza della pratica 

Conoscere lo yoga attraverso i testi e non attraverso la pratica significa non conoscerne gli effetti veri sul nostro corpo.

La pratica di asana si occupa di mantenere la mente calma in un corpo sano e l’ayurveda ci fornisce i principi base per occuparci della salute.

Ayurveda è la scienza della vita, questa la traduzione letterale del termine.

La frase con cui inizio il mio articolo sono state scritte da un medico autore di uno dei tre testi sapienziali sull’ayurveda, e ci dicono come le due scienze di yoga ed ayurveda siano sorelle e di come la comprensione passi sempre attraverso un processo di consapevolezza.

Consapevolezza che affiniamo attraverso la nostra pratica e nella vita, fuori e dentro la sala yoga.

Un processo che reiteriamo continuamente e raffiniamo, innescando un meccanismo che ci porta “dal grossolano al sottile”.

Un po’ come per i Sutra di Patanjali, quando grazie ad asana e consapevolezza del respiro comprendiamo parole altrimenti astratte, come “il senso dell’io”, perché finalmente creiamo una relazione tra i nostri costrutti mentali e i nostri gesti, le nostre azioni. 

Le basi dell’Ayurveda

Nella visione Ayurveda il manifestarsi dell’energia, del prana nel nostro corpo, avviene attraverso la danza degli elementi (terra, acqua, aria, fuoco, spazio o etere), che è presente ovunque, anche fuori di noi nel mondo manifesto, creando diverse qualità, a coppie di opposti, come il caldo-freddo, il dolce-salato, l’umido-secco, ecc., ecc.

Sembra una visione ingenua del corpo e del suo funzionamento, ma alla riprova dei fatti ognuno di noi può notare come la visione ayurvedica, basata sull’osservazione diretta degli effetti del mondo sul microcosmo uomo, sia in realtà frutto di grande esperienza e di grande acume nell’osservare.

I dosha – come siamo fatti

La stessa danza degli elementi dà vita ai Dosha: le tre tipologie di costituzione fisica del corpo.

Da cosa siamo composti? Quali caratteristiche comuni possiamo rilevare negli individui?

Possiamo creare delle categorie in cui inserire la costituzione del corpo fisico, in modo da poterli analizzare, studiare e in modo da poterne prevedere il comportamento a fronte di certi stimoli?

Queste le domande che si sono poste i pensatori antichi che studiavano la vita e cercavano il modo per permettere alla vita di fiorire in salute.

In questo modo hanno creato un modello per leggere il nostro funzionamento e renderlo prevedibile in ottica di salute.

Ogni individuo seppure unico, ha sulla base di alcune caratteristiche fisiche facilmente rilevabili delle caratteristiche particolari comuni a quella particolare costituzione.

Questo comporta ad esempio che reagirà agli stimoli in maniera prevedibile.

Questo permette di prevedere come l’organismo può essere mantenuto in salute.

I tre dosha sono Vata, Pitta, Kapha; semplificando corrispondono ad aria più spazio, fuoco più acqua e terra più acqua.

I dosha in pratica

Ribadendo l’unicità di ogni essere, ognuno di noi può avere una predominanza di uno o più dosha e in qualche proporzione sono tutti e tre presenti.

Più comune il tipo con due dosha dominanti, ma esistono individui tridoshici o monodoshi.

La nostra reazione psicofisica alle esperienze, agli stati fisici e mentali, anche a quello che mangiamo, è caratterizzato da queste dominanze.

Lo yoga e l’ayurveda si interessano al benessere psicofisico e non alla cura delle malattie. Il loro interesse è posto alla prevenzione della sofferenza in tutte le sue sfaccettature e al piacere di vivere attraverso l’equilibrio.

La base del processo è sempre la consapevolezza di cosa ci fa bene e di cosa ci ostacola nel cammino di una crescita sana da tutti i punti di vista.

Questa consapevolezza ci permette di sviluppare intelligenza e discriminazione che ci aiuta a scegliere in modo intelligente come condurre la nostra vita e non lasciarla in balia del caso.

Quanto mangiamo a caso, quanto ci muoviamo senza sapere se ci fa bene o male, quanti pensieri coltiviamo che ci creano dolore?

Yoga Sutra – Svadhyaya

Tornando ai Sutra e alla nostra pratica quotidiana, la visione dell’ayurveda ci rimanda a svadhyaya, lo studio di se; e può essere un mezzo in più per ampliare la conoscenza di noi e di come funzioniamo, per imparare a sentire e gestire la nostra energia vitale, in un processo di conoscenza e di consapevolezza fisica e mentale del nostro corpo e degli effetti che ciò che facciamo, pensiamo, mangiamo ha sul nostro sistema.

Un viaggio di scoperta in cui nella nostra scuola karmachakra, vi accompagneremo attraverso delle lezioni miratea rendervi consapevoli del vostro dosha e ad occuparvi con questo punto di vista della vostra salute.

Scoprire il proprio dosha dominante

Scopire il nostro Dosha, e` facile, potete farlo dal sito dell’Ayurveda Italia www.ayurvedaitalia.it, con un breve test. Come sempre ricordando di fronte ad un test che si tratta di una semplificazione di un modello molto complesso, da non prendere in modo troppo letterale.

Praticare in base al proprio dosha

Conoscendo il nostro dosha dominante possiamo capire quali sono i cibi più adatti per noi, cosa ci da’ energia e cosa ci appesantisce, possiamo comprendere quale sia il nostro ritmo vitale giusto (Kala); e ancora più importante per noi, quale tipo di approccio alla pratica è più adatto alla nostra costituzione.

Vata

La costituzione di chi ha come dosha dominante Vata è legata alle caratteristiche dell’aria: movimento, molto nei pensieri, facilmente propensi all’ansia, poco resistenti allo stress, umore mutevole, grande variabilità.

Per un Vata la strada sarà quella verso il radicamento, l’elemento terra diventa il miglior amico di Vata, per rallentare; meglio andare verso la ricerca della stabilità, della solidità, della costanza e della presenza mentale. Anche se meditare per un Vata è molto difficile, è una delle pratiche più importanti per contenere la tendenza a vagare con la mente e a programmare. La sfida sarà rallentare il mentale e creare spazio tra i pensieri.

Il demone di Vata quando in disarmonia sono paura ed ansia.

Pitta

La costituzione di Pitta è legata al fuoco: grande calore, grandi appetiti, tendenza a giudicare e criticare, propensi ad arrabbiarsi e a prendere fuoco facilmente, impazienti ed irritabili.

Per un Pitta, che è sempre pieno di energia, la sfida sarà sul risparmio, imparare a conservare l’energia. Meglio alternare pratiche intense a pratiche più lente e riflessive, indurre pratiche che aiutino ad essere meno razionali, perdere un po’ la tendenza a comandare.

Kapha

Kapha è legato alla terra, simbolo di stabilità, forza, calma e dolcezza.

Se questo dosha è dominante le caratteristiche salienti sono la stabilità, ma anche la pesantezza.

Diversamente dagli due dosha ha bisogno di una pratica dinamica, ha bisogno di uscire dallo spazio di comfort in cui tende a rinchiudersi troppo spesso. Apatia e depressione sono il punto debole di Kapha quando entra in disequilibrio.

I dosha e le stagioni

I Dosha possono più facilmente entrare in disarmonia in alcuni periodi dell’anno: Vata ad esempio soffre ogni cambio di stagione, mentre per Pitta che ha a che fare con tutti i processi del corpo legati al calore, la fine della primavera e l’estate sono i momenti più critici, Kapha, che è il più stabile, il più robusto soffre la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, essendo anche acqua e fluidi, quando si scioglie il ghiaccio….e abbiamo a che fare con problemi di muco e di raffreddore.

Ayurveda – uno strumento per essere in salute

L’ayurveda è uno strumento utile che ci fornisce un modello di lettura del nostro sistema, come la conoscenza dei chakra su cui scriveremo un prossimo articolo.

Strumenti che ci permettono di osservare il mondo, fuori e dentro di noi e riconoscere meglio noi stessi grazie a questa conoscenza millenaria.

Gigi Martignoni – Fabrizio Boldrini

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